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Artigianali a chi?

Di cosa parliamo quando parliamo di birre artigianali? Quali caratteristiche deve avere una birra per potersi definire tale?
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Il segmento delle birre artigianali sta conoscendo negli ultimi anni una crescita sempre più rilevante.

Le birre artigianali contribuiscono alla diffusione della cultura della birra di qualità.

Il fenomeno delle birre artigianali ha contagiato tipologie di consumatori anche molto diverse tra loro.

Le birre artigianali con una continua ricerca e sperimentazione rendono l’offerta di prodotto sempre più dinamica.

L’immagine delle birre artigianali è un modello di riferimento anche per il mercato delle birre industriali.

Le birre artigianali incarnano l’identità dei Mastri Birrai che le hanno create.

Le birre artigianali sono più belle.

E anche più buone.

Ma un momento…

Di cosa parliamo davvero quando parliamo di birre artigianali?

Perché se è più o meno tutto vero quanto affermato qui sopra, è anche vero che una stessa birra che in America è considerata artigianale, in Italia potrebbe non esserlo.

E allora da cosa si riconosce una birra artigianale?

Dipende tutto da dove ci troviamo, perché in base alle normative il discorso (e la denominazione) cambia.

Ma cambia anche in funzione dello sviluppo del mercato, perché alla crescita del fenomeno birre artigianali si accompagna anche una continua rideterminazione dei criteri che le definiscono.

É quanto è successo ad esempio negli Stati Uniti, dove le birre, per definirsi artigianali, devono rientrare nei parametri indicati e recentemente aggiornati dalla Brewers Association, l’Associazione dei produttori di birra artigianale americani.

Oggi un birrificio americano può dirsi artigianale (craft) se rispetta queste tre semplici regole.

  1. Deve produrre una quantità di birra non superiore ai 6 milioni di barili all’anno (7 milioni di ettolitri).
  2. Non può avere più del 25% di quote di proprietà sotto il controllo di una compagnia dell’industria del beverage, a meno che non sia essa stessa un birrificio craft.
  3. La produzione deve essere tradizionale, ovvero costituita per più del 50% da birre i cui aromi derivino da ingredienti brassicoli tradizionali o innovativi e dalla loro fermentazione.

Lo scenario, in Italia, è decisamente diverso. E anche la definizione di birrificio artigianale sembra voler fotografare una situazione produttiva assai lontana da quella americana.

Ma a noi rimane però un primato, che non sorprende affatto per la nostra inclinazione alla burocrazia: siamo l’unico paese al mondo ad avere, dal 2016, una legge sui birrifici artigianali, che stabilisce quali condizioni produttive definiscono una birra artigianale.

Ed ecco cosa dice esattamente la nostra legislazione.

 

Si definisce birra artigianale la birra prodotta da piccoli birrifici indipendenti e non sottoposta, durante la fase di produzione, a processi di pastorizzazione e di microfiltrazione. Ai fini del presente comma si intende per piccolo birrificio indipendente un birrificio che sia legalmente ed economicamente indipendente da qualsiasi altro birrificio, che utilizzi impianti fisicamente distinti da quelli di qualsiasi altro birrificio, che non operi sotto licenza di utilizzo dei diritti di proprietà immateriale altrui e la cui produzione annua non superi 200.000 ettolitri, includendo in questo quantitativo le quantità di birra prodotte per conto di terzi.

 

Queste le regole scritte sulla carta. Poi c’è la percezione degli appassionati, che certamente non distinguono una birra in base alla nazione in cui la stanno bevendo.

Ma soprattutto c’è la difficoltà di incasellare una birra di importazione in assenza di una normativa anche solo comunitaria. E se è già difficile dire se una birra artigianale belga o francese continui ad esserlo anche in Italia, figurarsi per prodotti made in USA come Rogue, i cui volumi di produzione sono certamente più alti dei nostri limiti, ma che in quanto a indipendenza, autonomia e processi produttivi è un vero campione mondiale di artigianalità.

Così, per gli appassionati veri, c’è una realtà che va oltre la legge. E che si definisce nell’alta qualità delle materie prime, dei metodi di lavorazione e del prodotto finale.

Una realtà che non è fatta di numeri ma di passione, onestà e competenza dei Mastri Birrai.

A tutela di questi parametri di professionalità e coscienza è scesa in campo UnionBirrai, con il recente lancio del marchio “Indipendente Artigianale”, un logo da inserire in etichetta per identificare un prodotto veramente artigianale e rendere così il consumatore più consapevole in un mercato sempre più confuso, dove si moltiplicano le birre crafty (ovvero quei prodotti industriali che imitano l’immagine e il contenuto delle birre artigianali senza esserlo) e quelle prodotte da birrifici che hanno smesso di essere indipendenti perché acquisiti da grandi marchi industriali.

Ma alla fine, qual è la morale di tutta questa confusione normativa?

Una birra ex artigianale smette anche di essere buona?

L’ultima risposta è sempre nella bocca di chi la beve.

Così, nelle nostre Intro Beer Box, cercheremo di pronunciare il meno possibile la parola artigianale, per non stuzzicare i burocrati.

Senza preoccuparci di norme e di confini, andremo a ricercare la qualità più alta nei birrifici di tutto il mondo. Selezionando produzione limitate, non filtrate, non pastorizzate, ricercate nella scelta dei malti e dei luppoli, audaci e indipendenti.

In una parola, artigianali.

Anche se non sempre possiamo legalmente dirla 😉