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Nuovi stili, nuove birre? La IGA

Il mondo della birra è in grande fermento. Crescono i consumi, cresce l’attenzione per il lavoro dei mastri birrai e per le birre di alta qualità, cresce anche la cultura dei consumatori e degli appassionati (ma quelli già ce l’avevano).
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Il mondo della birra è in grande fermento. Crescono i consumi, cresce l’attenzione per il lavoro dei mastri birrai e per le birre di alta qualità, cresce anche la cultura dei consumatori e degli appassionati (ma quelli già ce l’avevano).

In questo scenario anche l’offerta di prodotto conosce una sua crescita e una sua evoluzione. Come? Attraverso la ricerca, le sperimentazioni, le prove d’errore. E, alla fine, con la nascita di nuovi stili di birra.

Tra questi nuovi stili ce n’è uno tutto italiano. Che arriva forse anche un po’ in ritardo rispetto a quello che ci si poteva attendere, forse per via di un gap storico con altri territori che oggi, però, può dirsi completamente colmato.

Parliamo della ITALIAN GRAPE ALE, per gli amici IGA.

Il suo riconoscimento ufficiale, avvenuto nel 2015, è anche uno storico riconoscimento all’Italia come uno dei paesi più dinamici per l’evoluzione della birra artigianale e di alta qualità a livello mondiale.

E dove poteva nascere questo nuovo stile birrario se non in Italia, essendo la IGA, di fatto l’anello di congiunzione tra il vino e la birra?

La prima apparizione ufficiale di una IGA risale al 2006 e nasce dall’intuizione dell’allora giovane sardo Nicola Perra, mastro birraio del Birrificio Barley, di utilizzare la sapa (mosto d’uva cotto) di Cannonau per creare la sua BB10.

Oggi per Italian Grape Ale, secondo la codifica dagli organismi internazionali, si intendono tutte quelle birre dove il carattere dell’uva, con le sue specificità, deve risultare presente e non compromesso degli ingredienti del mosto di birra. In pratica una IGA è una combinazione di mosto di birra e uva, inserita nella lavorazione in forme anche molto diverse, come frutto al naturale, come mosto muto, come sapa, mosto fermentato o vinaccia.

Nessun vincolo, invece, per malti o luppoli utilizzati, il che rende la IGA un prodotto dalle infinite variabili, e tutte da scoprire. Perfettamente in linea, verrebbe da dire, con il suo DNA italiano.

Nemmeno il Beer Judge Certification Program (BJCP), l’organizzazione nata negli Stati Uniti nel 1985 per redigere la guida agli stili birrari più riconosciuta a livello globale, che racchiude e cataloga la produzione di tutto il mondo, è riuscita a imbrigliare la creatività italiana, definendo le IGA non propriamente uno stile ma una categoria in cui muoversi in totale libertà, purché siano rispettati i parametri generali che abbiamo ricordato sopra.

E in questa terra di confine tra la birra e il vino si moltiplicano le esperienze e le produzioni, offrendo ai birrifici una interessante occasione per radicarsi al territorio d’origine usando uve locali e sfruttando così una materia prima autoctona.

Ma di tutte queste nuove IGA, tu ne hai mai assaggiato una?

E com’è stato?